30 anni fa il terremoto dell’Irpinia.

23 nov 2010

Avevo appena 5 anni ed ho ancora delle scene impresse nella mente, in particolare il lampadario della cucina che dondolava e non si fermava più, gente che correva da ogni parte e urli tanti urli. A trent’anni di distanza, ancora oggi sono aperte le crepe di quel minuto e 20 secondi che ha seminato morte e distruzione.

Cade oggi il trentennale del terremoto dell’Irpinia: il sisma che, il 23 novembre 1980, si abbattè su Campania centrale e Basilicata, con una magnitudo di 6,5 della scala Richter. Le vittime furono quasi 3.000, 280.000 gli sfollati, 8.848 i feriti. La terra tremò con estrema violenza per 90 secondi: l’ ipocentro era a circa 30 km di profondità e l’area colpita si estendeva dall’Irpinia al Vulture, a cavallo delle province di Avellino (103 comuni colpiti), Salerno (66) e Potenza (45). In realtà venne interessato quasi tutto il meridione: per citarne alcuni, molti danni e crolli avvennero anche a Napoli, a Poggioreale ci furono 52 morti per il crollo di un palazzo in via Stadera; a Balvano, in provincia di Potenza, il crollo della chiesa di S. Maria Assunta causò la morte di 77 persone che stavano assistendo alla messa, di cui 66 bambini e adolescenti.

La gravità della situazione non venne subito compresa, complice anche l’interruzione totale delle telecomunicazioni; i primi telegiornali diedero notizia solo di una “scossa di terremoto in Campania”. Solo il giorno dopo, durante un sorvolo in elicottero, la vastità della devastazione divenne evidente e i titolo dei giornali ebbero un climax crescente, parlando prima di centinaia, poi di migliaia di morti; si arrivò anche all’esagerazione: il 26 novembre un titolo parlava di 10.000 morti, cifra poi  ridimensionata fino a quella ufficiale, ma la cifra dei senzatetto non è mai stata valutata con precisione.

I soccorsi: oltre al patrimonio edilizio, già fatiscente e datato a causa dei terremoti del 1930 e 1962, un altro elemento che rese ancor più gravi gli effetti della scossa fu il ritardo dei soccorsi, giunti nelle zone colpite dal sisma solo cinque giorni dopo, dovuto alla difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso nelle zone dell’entroterra, e alla mancanza di un’organizzazione come la Protezione Civile che fosse capace di coordinare risorse e mezzi in maniera tempestiva e ottimale.
Fu lo stesso Presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini che, il 26 novembre, dopo un sopralluogo in elicottero, in un messaggio televisivo rivolto alla nazione, a denunciare il ritardo nei soccorsi e la ‘mancanze gravi ‘ dello Stato: “Qui non c’entra la politica qui c’entra la solidarietà umana, tutti gli italiani e le italiane devono sentirsi mobilitati per andare in aiuto di questi fratelli colpiti da questa sciagura. Perché credetemi il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”. A seguito di questo scandalo pubblico, l’allora prefetto di Avellino ed il ministro dell’Interno Virginio Rognoni furono costretti a dimettersi.

Certo, molte cose sono cambiate da allora: le nuove tecnologie hanno permesso a tutti noi di seguire un terremoto come quello de L’Aquila del 9 Aprile scorso praticamente ‘in presa diretta’. I soccorsi sono arrivati in poche ore, da tutta Italia, tutto il paese si è mobilitato per aiutare, ha condiviso il dolore delle persone coinvolte, i satelliti hanno permesso di avere mappe dettagliate della faglia in brevissimo tempo. Ma il dramma del terremoto rimane invariato. Anche questa volta la ricostruzione ha generato polemiche, la gestione dei fondi ha creato sospetti e delusione, gli aquilani si sentono abbandonati. Il centro storico di una città è lasciato morire. Senza entrare nel merito della correttezza delle ‘new town’, dei M.A.P. piuttosto che dei prefabbricati, quello che pare evidente è che, comunque, al di là delle zone colpite e della tecnologia che si è sviluppata, il dramma del terremoto rimane ‘congelato’ nel tempo, si ripropone sempre uguale a se stesso. L’unico omaggio che possiamo rendere alle vittime di tutti i terremoti è utilizzare le esperienze passate per migliorare non la risposta, ma la prevenzione, in tutte le sue forme.