Napoli: la musica è cambiata!
Napoli e la musica. Una tradizione che pesa come un macigno e stereotipi duri da morire. Da una parte una Storia secolare, riconosciuta in tutto il mondo, legata nel bene e nel male ad un’immagine oleografica di una città che non esiste più, dall’altra parte una contemporaneità che sembra fatta di fenomeni neomelodici (che pure costituiscono una realtà in qualche modo underground unica del suo genere) o poco altro.
Eppure non è così: Napoli ha sfornato negli ultimi anni una serie considerevole di band, talvolta-soprattutto nel recente passato- legate in qualche modo (per l’uso della lingua, o per il recupero di certe sonorità) alla tradizione, più spesso interessate a percorsi quanto mai distanti dalla cultura cittadina e alla storia musicale della città. La scena cosiddetta “alternativa” partenopea conosce negli anni 90 un periodo fiorente, con decine di gruppi che spuntano fuori, spesso traendo linfa vitale dal terreno fertile dei centri sociali. Formazioni come 99 Posse, Bisca, Almamegretta, 24 Grana, Balaperdida, Jovine portano in giro per la penisola (e non solo) il loro neapolitan sound, contaminando rock, dub, hip hop, e sviluppando in tutto e per tutto una nuova forma di canzone in napoletano. Quell’esperienza va avanti, con alterne fortune, cambi di formazione, presunte “snaturalizzazioni”, dischi memorabili e dischi meno memorabili, fino al decennio successivo.
Gli “anni zero” non producono fenomeni tanto clamorosi, ma non sono meno interessanti, anzi! La diffusione di internet come strumento di conoscenza e di allargamento degli orizzonti cultural-musicali, oltre che come preziosissima cassa di risonanza per una promozione delle propria musica a costo zero, oltre al progressivo abbassamento dei costi di produzione discografica, provocano una vera e propria esplosione di creatività:nasce una moltitudine di band, eterogenea per genere e approccio, con picchi di qualità davvero notevoli. La città non vive un periodo particolarmente felice, sommersa di rifiuti e attanagliata da violenza criminale e apatia dell’amministrazione locale, ed è naturale che in questo “clima” si sviluppino forme artistiche che da sempre trasformano situazioni a disagio e “resistenza urbana” in spinta creativa: è logico quindi che, in questo scenario,sia la scena hip hop a farsi notare. La rabbia delle periferie diventa flusso di rime e beat nelle canzoni di formazioni come Co’Sang (il cui disco d’esordio, “Chi more pè Mme” diventa un caso nazionale) che – come scrive Roberto Saviano su XL Repubblica – cantano “del sangue vivo che avrebbe ancora voluto scorrere e che spesso si trova a chiazzare l’asfalto”, e Fuossera, che raccontano (cito il loro myspace) con “parole nude e crude, la verità di una realtà difficile senza mezzi termini”. Nel 2005 una compilation intitolata “Napolizim (A Fresh Collection of Neaploitan Rap)”, ideata dalla Polemics Recordings di Alberto “POLO” Cretara “fotografa” la scena rap cittadina: vi si trovano brani d’artisti ben consolidati a livello locale e nazionale, come La Famiglia (la formazione in cui Polo milita, considerata un vero e proprio punto di riferimento) Speaker Cenzou, 13 Bastardi e “giovani promesse” come Domasan (progetto nato proprio da una “costola” dei 13 Bastardi), Clementino, Capeccapa (anche loro dalla famigerata periferia nord della città) e la bravissima Alea. Leggi tutto »


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